È come nel cinema: è quello che non si vede che regge tutto.
Ci sono cose che nascono britanniche e, per il bene del mondo mondiale, è meglio che rimangano tali — la famiglia reale, i sandwich con il cetriolo, il tè con un po’ di latte e niente zucchero, le cabine telefoniche rosse e quelle della polizia blu, i Monty Python, l’accento da stiff upper lip (quello che quando Guinetta o Renée ci provano verrebbe da prenderle a craniate).
Ma gli americani non sono molto d’accordo. E come hanno americanizzato qualsiasi ricetta della tradizione italiana (no, ma avete mai visto le porcherie sedicenti italiane che fa in cucina Buddy Valastro?) così vogliono americanizzare prodotti televisivi britannici.
Già ci avevano provato con Coupling e Life on Mars: hanno voluto le loro versioni ed è andata com’è andata, cioè male (specialmente Life on Mars, per quanto mi riguarda: Phil Glanister batte Harvey Keitel settantacinque a zero, e Jason O’Mara non potrebbe nemmeno allacciare le scarpe a John Simm).
All’inizio di quest’anno, poi, si è venuto a sapere che la CBS aveva commissionato il pilot di Elementary, una trasposizione moderna delle avventure di Sherlock Holmes. Idea originalissima, eh? Più tardi sono anche state diffuse foto dal set di New York: Jonny Lee Miller (sì, proprio lui, quello di Eli Stone, quello che ha portato in teatro Frankenstein proprio insieme a Benedict Cumberbatch, vincendo insieme un Olivier Award) con la barba di tre giorni è Sherlock Holmes — toh, guarda un po’, ha la sciarpetta pure lui — e Lucy Liu è Joan Watson. Certo, come no. Sue Vertue is not amused — e nemmeno io, onestamente.
Adesso ci riprovano con Veep, che è solo The Thick of It trasportato alla Casa Bianca. Per ridere m’ha fatto anche ridere, è pur sempre Armando Iannucci, senza considerare poi il fatto che l’ho recuperato l’altroieri e poi ieri ho preparato delle mini-quiches e mentre le preparavo non facevo altro che ripetere «I am in a room with three people and a fuckload of quiche!». Ma le pose, gli atteggiamenti dei personaggi americani(zzati) mi hanno dato un po’ fastidio. Un po’ tanto, a dire il vero.
Qui da noi ultimamente è successa una cosa simile con Una Grande Famiglia: siccome Brothers & Sisters era troppo americano (…), alla Rai si son messi in testa di rifarlo in salsa brianzola, intitolandolo Una Grande Famiglia anziché Fratelli e Sorelle probabilmente solo perché se l’avessero fatto poi Pupi Avati li avrebbe corcati di mazzate. Non si sono nemmeno presi la briga di cambiare nome alla matriarca, Nora.
La trama (o quel che è): Alessandro Gassmann tarocca il bilancio dell’azienda di famiglia e sparisce dodici minuti dopo l’inizio della prima puntata causa presunto incidente aereo, ma non si sa bene se sia morto o meno perché non si trova il corpo. Poi la Sandrelli e i suoi figli e nipoti televisivi stanno a tavola per la metà del tempo, con i domestici di colore che servono il Danaos flambé mentre loro tentano di passare per usmatesi velatesi — fallendo miseramente perché si sente perfettamente che son quasi tutti nati nel raggio di cento chilometri da Torpignattara. Non c’è la figlia fervente repubblicana nel covo di democratici, ma c’è la figlia fervente cattolica nel covo di adoratori del Danaos. E poi, boh, niente, la noia prende il sopravvento, interrotta solo dalla pubblicità e dalla constatazione che forse solo un decimo del cast sia in grado di recitare.
Ma il problema non è solo che Sally Field non mangia il Danaos (poverina, chissà che ossa malridotte) e Stefania Sandrelli invece sì, né che i Walker non hanno mai chiesto aiuto all’hacker più potente di Pavia (hai detto cotica!).
No: il problema è che l’ultima volta che ho visto un calco fatto bene è stato al museo Pio-Clementino, dove sono esposte delle ottime copie romane delle statue greche.