C’erano un uruguaiano, due slovacchi e un italiano (no, non è l’inizio di una barzelletta)

Erwin — ECHO Klassik 2012Ieri sera a Berlino ci son stati gli ECHO Klassik Awards, dei quali onestamente non mi sarebbe potuto importare di meno se non fosse stato per il fatto che hanno dato un premio a Erwin per Rojotango.

È andata così: una tipa ha presentato Erwin con un discorso di quindici secondi, applauso, Erwin, Frantisek Janoska, Roman Janoska e Mario Stefano Pietrodarchi sono saliti sul palco, hanno suonato Rojotango versione turbo diesel, applauso, tizia ha consegnato il premio a Erwin, applauso, Erwin ha ringraziato, ha presentato Franti, Roman e Mario, ha fatto gli auguri di compleanno a suo papà (a proposito: feliz cumple, Papá Schrott!), applauso, è andato a sedersi in platea e via il prossimo.

Prima di Erwin sul palco c’era stato David Garrett, stessa identica trafila (esclusi gli auguri di compleanno al papà di Erwin), idem per quelli premiati dopo. Tutto molto veloce, ché i tedeschi mica hanno tempo da perdere. La cosa più stridente è stata forse Rolando Villazón presentatore — gigione troppo giulivo e troppo sopra le righe per i miei gusti, mi dava l’impressione di sforzarsi per risultare supersimpatico, rendendosi così a me antipatico (lo siento muchísimo, ma non ci posso fare niente, diffido da quelli che la buttano sempre e comunque in caciàra), ma forse ai tedeschi piace così, dopotutto ai tedeschi piace pure Wetten, dass..?, che sarebbe Scommettiamo che?, però presentato da un tizio in confronto al quale Fabrizio Frizzi con la ridarella è la sobrietà incarnata, per cui non mi meraviglio più di tanto che abbiano scelto Villazón per presentare, d’altronde lui dopo l’esperienza come giudice/mentore in quel coacervo di trash che è Popstar to Operastar non teme più manco la finanza. Forse.

rojotango reservoir dogsTutta la trasmissione della cerimonia, durante la quale sono stati consegnati un bel po’ di premi, è durata circa un’ora e quaranta minuti. Credo che lo streaming fosse in differita di forse dieci minuti perché, mentre sullo schermo del mio computer i Neri Per Caso tangueri stavano ancora suonando, Erwin m’ha telefonato per sapere come mi fossero sembrati (…che domande da bestia! Fantastici — al punto che se non fossi momentaneamente zoppa mi sarei messa a ballare per casa. Mi son dovuta accontentare di cantare appresso a loro mentre registravo il video su un computer, scrinsciottavo sull’altro e gli uassappàvo le loro facce in diretta/differita sull’iphone.).

E noi qui in Italia?

Da noi trasmissioni simili durano ventordici ore, e possono essere di due tipi: o un circo pacchianissimo (con tutto il rispetto perla Clerici, ho in mente il gala di apertura della stagione lirica estiva all’Arena di Verona, ogni anno più inguardabile) oppure, siccome c’è questa convinzione che la cultura per essere tale debba essere seria e soprattutto noiosa, altrimenti non vale, si finisce per produrre roba tristissima tipo la cerimonia di premiazione dei David di Donatello, che ormai viene guardata solo dagli addetti ai lavori e da Daniele Piombi che prende spunto per il Premio Regia Televisiva, una roba talmente elettrizzante che di solito viene mandata in onda in terza serata, di nascosto, non sia mai qualcuno se ne accorga.

Cioè, rendiamoci conto: mica solo dalla BBC, siamo costretti a imparare a fare la TV perfino dalla ZDF.

Stasera quando tornate a casa insegnate ai vostri figli a sputtanare i committenti.

Spesso nei forum e sui blog italiani che parlano di opera la gente si chiede come mai i cantanti più ricercati internazionalmente, specialmente quelli stranieri, snobbino le produzioni italiane.

E mo’ ve lo dico io perché.

Sarà pure vero che alcuni snobbano l’Italia per ragioni personali che forse risulterebbero pure assurde se dovessero raccontarle (tipo «sono allergico ai bucatini all’amatriciana», o cose così). In realtà, però, i motivi veri per la maggior parte di questi artisti sono due:

1) i teatri italiani non pianificano le loro produzioni con sufficiente anticipo — cioè come fanno i teatri del resto del mondo, che “prenotano” gli artisti per specifiche produzioni con in media cinque anni di anticipo — per cui quando un giorno il Direttore Artistico del Famosissimo Teatro Italiano si sveglia e decide che vuole Grande Artista Internazionale per cantare Un’Opera Qualsiasi nel Grande Giorno Dell’Inaugurazione Della Stagione Operistica è troppo tardi, perché, in genere, tutto questo accade sei mesi, al massimo un anno prima del sopracitato Grande Giorno Dell’Inaugurazione Della Stagione Operistica. A quel punto il Grande Artista Internazionale si ritrova a dover rispondere «eh, mi piacerebbe assaissimo ma il caso vuole che io abbia il calendario pieno fino al 2053, se me l’aveste detto prima…», oppure prova a inserire qualche data italiana nel suo già fittissimo calendario, e però poi, quando le date si avvicinano, si rende conto che proprio non ce la fa, cioè, magari ce la farebbe pure, eh, ma non gli va di rischiare un’esibizione mediocre con conseguente contestazione da parte del loggione per aver affaticato troppo la voce (*), e gli viene un attacco di Cancellite (**). E magari passa pure per stronzo capriccioso che se la tira (***), ahò, anvedi questo, ma chi si crede di essere, noi siamo il Famosissimo Teatro Italiano, mica pizza e fichi!

2) i teatri italiani pagano (quando pagano) alle calende greche. Dice: ah, ma allora lo vedi che sono tutti avidi? Ah, ma dove sono finiti i Grandi Artisti Di Una Volta, quelli che cantavano per amore dell’Arte? Ahò, anvedi questi, ma chi si credono di essere, noi siamo il Famosissimo Teatro Italiano, mica pizza e fichi!
Considerate questo: Grande Artista Internazionale (e pure il Piccolo Artista In Ascesa) campa della sua Arte, ci paga l’affitto, le bollette, il cibo, i vestiti, il parrucchiere, il manager, le trasferte… cantare è il suo lavoro. So che molti non lo considerano esattamente un lavoro, ma lo è, che vi piaccia o no. Voi lavorereste senza essere pagati? Non credo. E allora perché dovrebbe farlo il Grande Artista Internazionale?

Sicché, non avendo programmato per tempo, e avendo la fama di morosità nei pagamenti, il Famosissimo Teatro Italiano ingaggia per l’apertura di stagione un Piccolo Artista In Ascesa, il quale, il più delle volte, accetta per ottenere visibilità (con tutti i suoi difetti, il Famosissimo Teatro Italiano continua a fare curriculum, e il Famosissimo Teatro Italiano lo sa, e ci marcia di brutto), un po’ come quelli che scrivono gratis per l’Huffington Post. Solo che il Pubblico Italiano non vuole il Piccolo Artista In Ascesa, men che meno all’apertura di stagione del Famosissimo Teatro Italiano, e s’indigna. Ve la ricordate l’indignazione del pubblico del Teatro alla Scala quando hanno fatto inaugurare la stagione dall’ottima Anita Rachvelishvili, che quasi nessuno aveva mai sentito nominare fino al giorno prima, vero? Equivale all’indignazione del popolodeluèb (che, ricordiamolo, non esiste) davanti ai duecento blogger che scrivono gratis per Lucia Annunziata.

(Anita Rachvelishvili ha cantato Carmen a Milano nel 2009, chissà se l’hanno già pagata.)

Un amico mio molto intelligente l’altro giorno ha detto:

Qui bisogna torna’ a quando ce pagavano nell’intervallo, se no niente secondo atto, altro che cazzi.

(indovinate un po’ che lavoro fa.)

Sempre l’altro giorno, la Soncini (che è anche la legittima proprietaria del titolo di questo post) ha raccontato il comportamento di «una casa editrice piccola ma che si dà un gran tono» di fronte al suo battere cassa per un lavoro consegnato mesi fa.

Avendo ella perfezionato la Finissima Arte di Recriminare Quanto Dovuto («ho rotto le balle in modi che chi mi conosce può immaginare, senza vergogna, senza remore: da «finché non mi pagano questa fattura non scrivo più una riga» in giù, nessun metodo è stato considerato troppo bieco»), forse i cantanti d’opera (grandi, piccoli, nazionali e internazionali) che intendono cantare nei Famosissimi Teatri Italiani dovrebbero prendere ripetizioni da lei.

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(*) provateci voi a cantare senza amplificazione per almeno tre ore, a giorni alterni, e poi ne riparliamo.

(**) la Cancellite è la malattia tipica dei cantanti d’opera che cancellano concerti e/o recite con minimo preavviso. Alcuni cronicizzano la malattia, che diventa così Cancellite Seriale. Per la Cancellite Seriale, purtroppo, non è stata ancora trovata una cura. Dona il tuo 8 x 1000 alla ricerca scientifica, hai visto mai, magari un giorno un ricercatore melomane potrebbe trovare il vaccino.

(***) sia chiaro, alcuni di loro sono davvero degli stronzi capricciosi che se la tirano, ma sono comunque degli stronzi capricciosi che se la tirano con il calendario pieno fino al 2053.